Territorio
Santo Stefano di Camastra

La storia di questo centro tra il Mar Tirreno e i Nebrodi è racchiusa in tre toponimi: Noma, civiltà di pastori e contadini, S. Stefano di Mistretta, agglomerato urbano e casale alle dipendenze di Mistretta, ed infine S. Stefano di Camastra, la città moderna ed attuale. Su Noma e sulle sue civiltà le notizie sono frammentarie e incerte: ne fanno cenno Tucidide (IV sec. a.C.) e Polibio (II sec. a.C.), Cicerone (I sec. a.C.) nelle "Verrine" e Silio Italico (I sec. D.C.) nell'opera "Punica"; ulteriori notizie relative a queste civiltà possono rintracciarsi solo in opere dei primi del '900, grazie a tre storici locali: Edmondo Cataldi, Salvatore Ruggieri e Salvatore Pagliaro Bordone, i quali collocano Noma nelle contrade di Romei o di Vocante. Notizie successive pervengono da un Diploma dell'anno 1101 del conte Ruggiero, padre del re normanno Ruggiero II, il quale stabilisce che "la villa di Mistretta e le sue terre, tra le quali il casale di S. Stefano, siano affidate alle dipendenze ecclesiastiche dell'abbazia di Mileto in Calabria", alle cui dipendenze resterà fino al 1454, quando il nuovo sovrano Alfonso, detto il Magnanimo, sotto la mediazione del ponteficie Nicolò V, assegnerà S. Stefano di Mistretta alle dipendenze ecclesiastiche dell'abbazia di S. Anastasia in Castelbuono. Il 1630 è una data importante per la storia del piccolo centro: in questa data inizia il feudalesimo per S. Stefano, che diventa di proprietà di Gregorio Castelli. Dopo una breve parentesi in cui la popolazione riacquista la proprietà del feudo, pagando 32.000 onze al signore, il sovrano spagnolo Fiippo IV, nel 1639, rivendette il feudo ad Antonio di Napoli, sposato con Maria Gomez de Silveyra. La proprietà passò successivamente a Giuseppe Lanza e Barresi, Duca di Camastra, quando nel 1668 sposò la vedova del di Napoli. L'attuale insediamento fu fondato nel 1683 su un terrazzamento, a circa 70 mt s.l.m, ai piedi del versante occidentale dei monti Nebrodi, dopo che una frana si abbatté il 6 giugno del 1682 sul vecchio centro abitato, posto a circa 500 m di altitudine, e ne provocò la distruzione. Il Duca di Camastra cedette alla popolazione le sue terre per costruirvi il nuovo centro, e fu lui stesso a tracciare il piano urbanistico, sul modello di Versailles, e che fu ripreso nella pianta della successiva Villa Giulia di Palermo: un quadrato al cui interno sono presenti un rombo e le due diagonali. La nuova S. Stefano, che dal 1812 si chiamò S. Stefano di Camastra in onore del Duca, si ingrandì succesivamente verso sud, nella zona che sale su per i colli, u chianu (il piano), e, in anni più recenti, verso il nord e il mare. Il perimetro di contenimento, dove secondo l'uso fortificatorio si alloggiavano le stalle e i depositi di vettovaglie, divenne cortina di edifici, inglobando nel versante nord la residenza del signore, prospiciente su un'ampia zona da sistemare a giardino e in posizione dominante su case piccole e basse. Gli stefanesi da popolazione di pastori e contadini si trasformarono in popolazione di pescatori ed artigiani. Allo sfruttamento dell'argilla si legano ben presto le sorti dei "nuovi" stefanesi.

Le ceramicheTracce di forni e testimonianze d'archivio lasciano supporre peraltro l'esistenza di un'attività ceramista sin dall'epoca araba. Il centro del paese si è spostato più volte, laddove il "pane di creta” veniva mpastatu (impastato), scanatu (lavorato), nfurnatu (infornato) e cucinatu (cotto): non il centro del potere politico, rimasto sempre all'interno del palazzo nel quadrilatero romboidale, ma quello del lavoro produttivo, putìi (botteghe) e stazzuna (laboratori), ubicati ora a mare vicino ai punti d'imbarco, ora in prossimità della montagna d'argilla, ora in direzione sud-est, ma sempre fuori dal centro storico, e per ultimo lungo la strada nazionale quando il miglioramento della rete viaria permise di affidare ai carretti e non più e varchi ruossi (alle barche grosse) il trasporto delle mercanzie. I figuli (vasai) hanno caratterizzato la cultura e l'economia di S. Stefano fino al punto da far adottare a qualche paese limitrofo un unico termine dispregiativo per indicare il complesso dei suoi abitanti: cantarara, produttori di pitali, una chiara deformazione del più nobile quartarara o lanciddara, dal nome dei vasi alla cui produzione esclusiva molti si dedicavano. Di S. Stefano parla Luigi Pirandello ne La Giara, ne fa motivo ispiratore di straordinarie pagine Vincenzo Consolo, non pochi scrittori tracciano il suo profilo, mentre sono diversi i reporter dei giornali che fissano il suo volto, in cui la poesia del vivere diviene urgenza di rifugio nel silenzio di uno spazio non allineato. L'arte è il suo sigillo nelle piazze e nelle botteghe, nei palazzi e sui muri. Sembra irreale nella sua bellezza S.Stefano, un museo a cielo aperto.

La lavorazione dell'argilla è probabilmente antica quanto la stessa Santo Stefano, quella di prima delia frana del 1682.Dopo la metà del XVIII secolo al seguito del ricco signore Antonino Strazzeri, principe di S. Elia, affluirono a S. Stefano maestri ceramisti come gli Azzolina e i Palermo da Caltagirone, i "maiolicari”, Mazzeo e Tarallo da Barcellona, e altri maestri provenienti da luoghi diversi, principalmente dalla vicina Patti, i quali diedero il loro apporto di esperienza e di lavoro alle nascenti fabbriche del luogo.Gli scambi commerciali con i maestri "vietresi”, i Pizzicara, consentirono ai ceramisti di Santo Stefano di apprendere e perfezionare la tecnica di rivestimento delle mattonelle.Fiorente ed apprezzata è stata a partire dal secolo XVIII la produzione di mattonelle maiolicate esportate in tutto il meridione e richieste anche da Caltagirone e Palermo, noti centri ceramici, per il rifacimento di pavimentazioni logorate dall'uso.La realizzazione delle mattonelle maiolicate richiese una migliore organizzazione delle officine che avevano bisogno di varie maestranze specializzate. I "turrazzara stampatura”, detti così dalla località "Turrazzi”, in prossimità delle cave d'argilla, chiamati anche "stazzunara”, scavavano la creta e avevano il compito di stampare, ossia pressare l'argilla in cassette di legno di cm 22 ed imprimere eventualmente con un marchio di bronzo il nome della fabbrica committente. La creta asciugando si riduceva e il mattone "stampato” raggiungeva la misura tradizionale di cm. 20 x 20.Una volta asciugati, i mattoni venivano messi a cuocere in forni a legna e venivano utilizzate per la cottura circa mille fascine di legna: per tale operazione si richiedeva sia l'opera dei cosidetti "infurnaturi”, specializzati nel sistemare i mattoni dentro il forno utilizzando i "ritagghia”, o ritagli di creta, per evitare che si toccassero l'uno con l'altro durante la cottura, che quella dei "cucitura” per il controllo del fuoco che doveva mantenere un calore costante. L operazione di cottura durava circa venti ore e quella di raffreddamento quarantotto, un tempo superiore a quello richiesto per gli altri oggetti di ceramica.Al trasporto dei mattoni provvedevano le donne che riuscivano a trasportare con una pezza attorcigliata sul capo o "cruna”, fino a trenta mattoni per volta dalla contrada "Turrazzi” ai luoghi d'imbarco a mare o alle botteghe del paese. Qui i mattoni venivano decorati utilizzando gli stampi a mascherine consistenti in cartoncini pesanti imbevuti di olio di lino, che una volta asciutti, diventati rigidi e impermeabili, venivano traforati secondo un disegno prestabilito in cui per ogni colore occorreva usare una mascherina diversa. I colori più usati erano il verde ramina, il giallo, il blu cobalto, il rosso e il manganese, quasi sempre su smalto bianco, ma alla fine dell'ottocento vennero utilizzati smalti colorati, soprattutto di colore azzurro e giallo. Il prezzo aumentava a seconda della quantità di stampi utilizzati. Dopo la decorazione si procedeva alla seconda cottura, seguendo il procedimento usato anche nella prima.È proprio nel XIX secolo, che pur mantenendo viva la tradizione artigiana acquisita e sperimentata, si assiste alla trasformazione della tecnica di produzione da artigianale in industriale. L'aumentata richiesta di mattonelle maiolicate stimola le officine ceramiche a produrre di più, meglio e in tempi più brevi. il repertorio dei decori in un primo momento non è molto vasto. I disegni sono semplici, in genere in bianco e blu con l'aggiunta di qualche altro colore spugnato o marmorizzato. Ad ogni decoro viene dato un nome: "rococò", "cinque punti", "rigatino", "lancetta": in seguito i decori diventano più numerosi e ricchi, essendo venuti i ceramisti del luogo a conoscenza della ceramica napoletana.Per migliorare anche la tecnica pittorica gli Armao chiamano a S. Stefano ceramisti francesi che si fermano diversi anni a lavorare alle loro dipendenze.Migliorando la qualità dei colori e dello smalto stannifero che durante la cottura assume una maggiore luminosità si producono mattoni che si distinguono per raffinatezza, e per vivacità cromatica, per ricercatezza e sobrietà dei motivi decorativi.Pur tenedo conto della tradizione ceramica tipica di Santo Stefano vengono anche introdotti motivi francesi presenti nelle porcellane settecentesche che utilizzano solo il blu cobalto su bianco. Il decoro generalmente si completa su quattro o otto mattoni e pur utilizzando la mascherina per facilitare la lavorazione essi sono rifiniti a mano singolarmente, con l'aggiunta di perfili e tocchi di colore.I mattoni prodotti nella seconda metà del secolo XIX, pur presentando ancora un vivace decoro, sono più standardizzati e ridotti nelle misure di cm. 20 x 20 con uno spessore di cm 2. La produzione di S. Stefano ha avuto larga diffusione non solo in Sicilia, ma anche a Reggio Calabria, in Sardegna e nei paesi arabi: Tunisia, Marocco e Turchia, in concorrenza con il mercato napoletano.Esempi della produzione stefanese si trovano nel Palazzo Armao, PalazzoTrabia, e a la cimitero vecchio. Si tratta di documenti preziosi, datati, e attraverso i marchi posti sul retro si possono individuare le botteghe di produzione (soprattutto Armao, Gerbino, Napoli) e le diverse tipologie dei mattoni. È interessante il confronto di alcuni mattoni di produzione stefanese con altri di produzione napoletana che ad un primo esame risultano simili.Il mattone, marcato Fabbrica Armao, e quelli marcati Alterio Aniello e Tommaso Bruno di Napoli, presentano lo stesso motivo decorativo con qualche piccola modifica, identità frequente che non permette di individuare il mattone prototipo perché si tratta di una produzione industriale: individuato un motivo che incontra il gusto del pubblico questo viene immediatamente riproposto da altre fabbriche. La ceramica stefanese è relativamente più recente di quella che in Sicilia hanno avuto topos più blasonati come Caltagirone, Palermo, Sciacca, Trapani e Burgio